Alex Zanotelli – Dakar 9 Febbraio 2011 – La privatizzazione della terra sfida le teologie

Dakar 9 febbraio 011

La privatizzazione della terra sfida le teologie

Sono continuati oggi al Forum mondiale sociale di Dakar (Senegal) gli incontri sull’acqua, sui migranti, sugli Ape (Accordi di partenariato economico), sui cambiamenti climatici, sulle donne…L’incontro più seguito è stato quello tenuto nel pomeriggio e che ha visto protagonista, tra gli altri, l’autrice di “No Logo”, Naomi Klein. Molti i giovani presenti. L’incontro è stato introdotto dall’economista canadese Pat Mooney, che ha decostruito il mito della Green economy: “La ricerca sulle biotecnologie e sulle nanotecnologie causerà una drammatica riduzione della diversità della vita”, l’accusa più grave sostenuta da Mooney. A suo avviso è in corso una geo-modificazione del pianeta. “E l’industria legata alla green economy modifica l’ecosistema inducendo la gente a non cambiare stile di vita”.

Su questa riflessione si è innestata la lucida e precisa analisi di Naomi Klein, che, partendo dall’evidente privatizzazione del mondo, ha denunciato che “|l’attuale crisi non è solo politica ed economica, ma anche etica. “Credendo che il futuro, con le sue inevitabili conseguenze, non arriverà mai e che ci sarà sempre una via di fuga”, ha spiegato con il suo stile sobrio e semplice la scrittrice, “le tecnologie fanno credere all’uomo di poter controllare tutto. Ma questa è una vana illusione. L’attuale crisi non ci permette di percepire i rischi reali dell’ utilizzo abnorme della tecnica”.

Ma non ci sono, a suo avviso, solo brutte notizie. Infatti a suo modo di vedere “qualcosa dentro di noi si sta muovendo e ribellando. Si tratta della memoria di una relazione più autentica con la natura”. E questo ci chiederà di non essere soggetti passivi o che dicono banalmente “no”. Ma attori che scrivono personalmente la storia e che, allo stesso tempo, sono anche bravi studenti della stessa”.

Nonostante tutti i problemi che ci sono, Naomi Klein ha lasciato in tutti un senso di grande speranza: se ci impegniamo ce la possiamo fare.

La stessa speranza che abbiamo respirato al mattino, durante l’ultimo panel pubblico del Forum mondiale di Teologia e Liberazione, per capire quale ruolo potranno giocare le fedi e le religioni in un momento così critico per l’umanità. Dopo una bellissima preghiera d’ispirazione indù, una formidabile squadra di teologi – l’americana Maria Aquino, l’ivoriano Nathaniel Soede, il panamense José Maria Vigil, l’indiana Kochurani Abraham Karippaparampil, lo spagnolo J. Bottey e infine la canadese Denise Couture – ha affrontato tale tema.

L’intervento che ha maggiormente colpito è stato quello della teologa indiana, che ha parlato delle teologie sovversive dell’Asia (People’s power, nelle Filippine; Minjung nella Corea del sud, Dalit theology dell’India), che sono riuscite a ottenere degli importanti risultati sociali e politici. Ha sottolineato, in particolare, che lei ha sperimentato la presenza di Dio proprio in questi movimenti di liberazione. “La teologia comincia quando sentiamo sofferenza nel cuore per la gente oppressa” ha ricordato la teologa. “Il pathos e la sofferenza sono l’inizio della teologia”. E ha ribadito di aver scoperto un “Dio che sempre sorprende nelle occasioni più insospettate”. E questo spesso anche oltre le religioni, ma tramite l’esempio di figure appassionate per la giustizia, come Ghandi, che diceva: “La mia vita è il mio messaggio”.

Altrettanto importante è stato il richiamo di Soede a considerare seriamente l’antropologia africana e la relazione della religione africana verso la madre terra. Tema ripreso dal teologo spagnolo Bottey che ha affermato come la teologia europea, se vuole rinnovarsi, dovrà recuperare la spiritualità delle religioni primarie. E’ questo il grande dono che i popoli bantu e quelli indigeni potrebbero regalare alla vecchia Europa, perché ritorni a “vivere”.

Alex Zanotelli

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